C’è una bambina sola nel salone principale dell’Arsenale dell’Incontro: quella mattina è arrivata per prima e cerca qualcuno che le faccia compagnia, nell’attesa che arrivino i suoi compagni. Lenti spesse indirizzano i suoi occhi curiosi puntati su direzioni diverse, ci osserva con espressione concentrata e con naturalezza inizia a parlare, senza sosta, in arabo: non capiamo una parola ma la ascoltiamo, seguiamo i suoi gesti, sorridiamo.
Pochi minuti dopo un vociare entusiasta cattura la nostra attenzione: un’ondata di bambini e ragazzi sorridenti invade l’atrio. Hanno dai 6 ai 30 anni, sono appena scesi dal piccolo autobus azzurro della scuola e si dirigono verso le classi, regalandoci chi uno sguardo sorpreso, chi un energico markabah (ciao), chi un cenno con la mano: sono tutti disabili mentali e l’Arsenale è la loro seconda casa, il luogo in cui viene loro offerta un’opportunità che nel loro Paese normalmente non hanno, quella di imparare. 
Lo abbiamo capito stando con questi bambini, scoprendo la cultura della Giordania, ma soprattutto grazie a quanto ci hanno spiegato le ragazze della Fraternità: questa scuola nuota controcorrente, in un mondo, quello arabo, che non garantisce ai disabili le stesse possibilità degli altri, in una società che li marginalizza, in una cultura che vede nel tema della disabilità un tabù e non un punto di incontro. Questa è una scuola speciale, anche solo per il fatto che, ai fini delle classificazioni, non viene indicata come tale e quindi non rientra tra gli ambiti di competenza del Ministero dell’Istruzione, come le poche altre scuole nel Paese pensate per la formazione di bambini con disabilità: i 250 ragazzi che la frequentano non ricevono quindi, al termine del percorso, alcun tipo di certificato o riconoscimento. Eppure imparano e si impegnano, ciascuno con le sue possibilità: li abbiamo affiancati nelle classi e nei laboratori, in cui sono divisi a seconda dell’età e del tipo di disabilità, e li abbiamo visti fare semplici calcoli, ripassare i nomi dei colori, disegnare, studiare geografia, lavorare la terra, realizzare mosaici… 
Eppure si mettono in gioco: abbiamo proposto loro alcune attività, con la musica, i palloncini le bolle, e li abbiamo visti ridere, esultare, ballare. Eppure, nella festa di fine anno, al termine dello spettacolo in cui sono protagonisti di fronte alle loro famiglie e a tutta lo comunità, ricevono un cartoncino come attestato della loro frequenza: è il loro orgoglio. L’ultima sera della nostra esperienza abbiamo preso parte a una delle feste che l’Arsenale organizza per riunire le famiglie di bambini, degli insegnanti, di tutto il personale della scuola e abbiamo visto anche noi, negli occhi dei genitori e di chi vi ha partecipato, la gratitudine per questo piccolo “miracolo ordinario” che l’Arsenale s’impegna a vivere, attraverso l’accoglienza di questi bambini, ciascuno unico nel proprio valore, attraverso l’incontro, che va al di là di credo religioso, tra famiglie che hanno il comune la sofferenza di avere un figlio che non ha le stesse possibilità degli altri. Quella sera i bambini hanno poi mostrato ai genitori un’anticipazione dei laboratori nei quali si stavano impegnando in quei giorni, sotto l’effervescente guida di Max Laudadio, che, in missione per qualche giorno all’Arsenale, si è messo in gioco per insegnare loro a imitare il rumore della pioggia, a ballare con le mani, a suonare le percussioni.
La scuola è la prima grande accoglienza del Beitiliqua, che, però, proprio come gli altri Arsenali, ha imparato a vivere nella logica dell’imprevisto accolto, della porta aperta, di quella Provvidenza che ha sempre un nome ed un cognome e che si concretizza in tanti altri progetti. Come gli incontri con i bambini siriani, profughi in Giordania, che, in compagnia dei volontari dell’Arsenale e quelli della Caritas imparano a cantare e a suonare il flauto, con la grinta di chi non ha mai avuto la possibilità di conoscere la musica e scopre lo stupore. Come il centro medico, che il lunedì offre cure gratuite a chi ne ha bisogno grazie a medici e studenti universitari che mettono in gioco gratuitamente tempo e capacità. Come i pomeriggi di accoglienza dei ragazzi iracheni, qualche anno più giovani di noi: la loro energia da vendere, l’inglese stentato, gli occhi di chi ha visto la guerra distruggere la propria città, i loro sogni di un futuro in Canada o in Australia ci sono entrati nel cuore.

All’Arsenale dell’Incontro, con i suoi progetti, i suoi bambini, le sue accoglienze, abbiamo restituito il nostro tempo, la nostra volontà, le nostre capacità, i nostri sogni: alcuni di noi studiano per diventare insegnanti o educatori, tanti hanno esperienze di Grest, campi, attività con i bambini, tutti abbiamo ritrovato in ciò che abbiamo vissuto in Arsenale un po’ di aria di casa. Sono sogni che si intrecciano, esperienze che si incontrano, quotidianità che, anche se lontanissime fisicamente e culturalmente, si abbracciano. E si incontrano. In una ragazza che, l’ultima sera, indossa il suo vestito più bello: quella è la sua serata, la sua vita da protagonista. In un bambino che, nell’atrio dell’Arsenale, si siede sulla poltrona per aspettare l’autobus e non si lascia spaventare dalla nostra presenza, estranea al suo mondo. In una bambina dall’espressione concentrata che parla arabo, senza sosta. Non capiamo ma le sorridiamo. Ci sussurra qualcosa all’orecchio, che prontamente ci facciamo tradurre: “Siete miei amici”. E ricambia il sorriso.  


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